[ urn:collectio:0001:amb:15064 ]

Iconography
Title: Sala degli Horti Lamiani II
=
Typology: ambiente, sala
Administration
Comune di Roma, Musei Capitolini, Inventario Ambienti, amb 000000
Collocation
Musei Capitolini, Palazzo de'Conservatori, Sala degli Horti
Creation
from 1601 > until 1700 Stile sec. XVII
Technical data
Measurements: Length 0.00m   Width 0.00m  
Material:
Notes:
Description

"Ho visto una galleria di 79 metri di lunghezza, il cui pavimento era costituito dalle più rare e costose varietà di alabastro ed il soffitto sonetto da 20 colonne scanalate di giallo antico, poggiate su basi dorate; ho visto un altro ambiente, pavimentato con lastroni di occhio di pavone, le cui mura erano ricoperte da lastre di ardesia nera, decorate da graziosi arabeschi eseguiti in foglia d'oro; e ho visto infine una terza sala, il cui pavimento era composto da segmenti di alabastro incorniciati da paste vitree verdi. Nelle pareti di essa erano tutt'intorno vari getti d'acqua distanti un metro l'uno dall'altro, che dovevano incrociarsi in varie guise, con straordinario effetto di luce. Tutte queste cose furono scoperte nel novembre del 1875." Così Rodolfo Lanciani descrive gli straordinari ritrovamenti effettuati sull'Esquilino, nella zona situata tra le attuali piazza Vittorio Emanuele e piazza Dante, e individuata, attraverso la lettura delle fonti letterarie, come pertinente agli antichi Horti Lamiani. Questa splendida villa era, in origine, proprietà di una famiglia, forse proveniente da Formia, che iniziò la sua scalata al potere politico e sociale a Roma con Lucio Elio Lamia e raggiunse l'apogeo con un suo nipote dallo stesso nome, console nel III d.C. Come è accaduto per molti altri possedimenti della stessa zona risulta che ben presto, forse già sotto il principato di Tiberio, gli Horti Lamiani passarono nella proprietà imperiale. Sappiamo per certo, attraverso la testimonianza di Filone Alessandrino che li visitò nel 38 d.C., che Caligola vi abitò e realizzò una serie di interventi di restauro agli edifici esistenti nel parco e fece in modo che la dimora "diventasse ancora più splendida".

Le strutture scoperte alla fine dell'Ottocento comprendono un grandioso ninfeo a forma di cavea teatrale affacciato su una valle, un lungo portico su cui si affacciavano ambienti decorati con pitture da giardino, e il magnifico complesso, descritto dalle parole di Lanciani, costituito dal lungo criptoportico e da una serie di ambienti a carattere termale: nulla di tutto ciò è più visibile, nascosto dalla città moderna. Quello che rimane è lo straordinario apparato decorativo e scultoreo della villa rinvenuto negli scavi e oggi nuovamente esposto nelle sale del Palazzo dei Conservatori. Tra le opere più preziose alcuni originali greci esposti nella Sala I, frutto di un particolare gusto collezionistico e del costante riferimento da parte dei cólti romani alla cultura artistica di età classica: si tratta di due stele funerarie greche di epoche diverse e del gruppo de\Yephedrismós che rappresenta due giovanotte, una sulle spalle dell'altra, intente in un gioco. Del magnifico pavimento di alabastro ''di Palombara" (così chiamato dai marmorari romani perché in questa zona, prima dell'urbanizzazione ottocentesca, si trovava la Villa Palombara), che decorava la galleria sotterranea lunga circa 80 metri, si conserva solo nella Sala II una piccola porzione rispetto all'estensione totale, che però riesce a rendere l'idea della sontuosità dell'arredo architettonico. Non lontano sono stati rinvenuti gli splendidi capitelli di lesena in opus sectile, dove, su una base di marmo rosso, i motivi decorativi sono ricavati con un prezioso intarsio di marmi colorati. "Sull'angolo meridionale di piazza Vittorio Emanuele, nell'area degli antichi Horti Lamiani, sono apparsi a fior di terra avanzi di un mobile di legno incrostati di ornati di bronzo dorato, bucrani, encarpi, fusarole, candeliere, baccelli. In ciascuno degli ornati sono incastonate gemme come corniole, diaspri, ametiste, granate, onici, occhi di gatto, lapislazzuli. Alcune pietre, specialmente quelle a più strati, sono intagliate con figure di animali, busti virili, ecc. I piedi del mobile sono intagliati in cristallo di monte"

Che si trattasse di un prezioso mobile fu il primo tentativo di interpretazione di questa ricchissima congerie di materiali preziosi che, a un computo preciso, annoverano: 296 lastrine di agata, 441 gemme tra sciolte ed incastonate, 28 frammenti di cristallo di rocca, 4 gemme incise, 3 lastrine di cristallo di rocca lavorate ad incavo, 40 frammenti di ambra, 1 frammento di piccola i maschera in plasma di smeraldo, 1 piccola foglia in plasma di smeraldo, un numero i imprecisato di lamine in rame dorato sia lisce che sbalzate a motivi decorativi, una grande quantità di chiodi, tubetti distanziatori, fascette e incastonature vuote. In realtà siamo probabilmente di fronte ai frustuli della sontuosa e sgargiante decorazione di un ambiente le cui pareti, foderate di legno, erano rivestite da queste lamine di metallo dorato a formare disegni all'interno dei quali si inserivano le gemme e gli altri materiali ornamentali. L'effetto di questo ricchissimo apparato può trovare un riscontro nelle sontuose decorazioni che compaiono in pitture del II Stile pompeiano. Nel periodo di Natale del 1874 venne in luce una camera sotterranea nella quale era stato ricoverato, per difenderlo da qualche imminente pericolo, uno straordinario gruppo di sculture raccolto nella Sala III. Venne così recuperata la bellissima Venere Esquilina, rappresentata nuda e colta nel gesto di legarsi i capelli preparandosi al bagno, accompagnata da due splendide figure di sacerdotesse o Muse che si avvicinano alla figura principale del gruppo per il trattamento delle superfici e per chiare analogie stilistiche, particolarmente evidenti nei volti dalle linee di contorno sfumate e dall'incarnato simile a porcellana. Si tratta di opere della prima età imperiale, ispirate a modelli greci di epoche diverse, rispecchiando il gusto eclettico tipico dell'arte romana. Nello stesso luogo è stato rinvenuto anche il bellissimo gruppo scultoreo che rappresenta l'imperatore Commodo, rappresentato come Èrcole ed affiancato da due creature marine, i Tritoni, in una complessa allegoria che simboleggia l'apoteosi dell'Imperatore in vita. Per i suoi atteggiamenti "eccessivi" Commodo subì dopo la morte la damnatio memoriae, provvedimento che comportava la distruzione di tutte le immagini e di tutte le citazioni nelle iscrizioni ufficiali: forse proprio a questo dobbiamo l'occultamento e, di conseguenza, la conservazione delle preziosissime sculture. Nello stesso ambiente fu rinvenuta anche la statua di Dioniso disteso probabilmente parte di un gruppo più ampio che doveva comprendere anche altri personaggi del corteggio del dio. Dall'area degli Horti Lamiani proviene la bellissima testa di un centauro e la statua di Diadumeno, raffinatissima copia di età romana di una famosa e celebrata statua di Policleto rappresentante un atleta che si unge. .

Bibliography
Print Resource: AA.VV., Musei Capitolini. Guida (2005) passim
Editing
Date: 2008-12-16
Name: Elena Pellegrino
Notes: Prima immissione dati sulla base della guida ufficiale.
Legacy data
Negativi:
Images



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