[ urn:collectio:0001:doc:argentipompei:2006 ]

I contesti con argenti da area pompeiana

Corredo di vasi d'argento del Museo Artistico Industriale

211. Brocchetta

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 53 (430, 188)

Alt. max all'ansa cm 8,7, diam. bocca cm 7; peso g 78

Da Boscoreale (?)

Ultimo quarto del II secolo a. C.

Bibliografia: von Mercklin 1923-1924, pp. 126, fig. 20b; Serra 1934, p. 6, tav. 17,3; Pianta Agostinetti, Priuli 1985, p.184, fig. 1,4; Talamo 1993, p. 280, figg. 111-112

La brocchetta presenta corpo ovoide dalla spalla appiattita e bocca circolare con orlo sottile, obliquo all'interno e profilato esternamente da un listello, che si salda attraverso una breve risega al collo a tromba. Numerose craquelures sul corpo del vaso suggeriscono una rilavorazione moderna volta a ripristinare la linea originaria del pezzo che, probabilmente, aveva subito un fenomeno di schiacciamento e di deformazione. L'ansa è stata saldata durante il restauro ottocentesco ma la sua posizione, obliqua rispetto all'orlo, è diversa da quella originaria, che risulta chiaramente leggibile per la presenza di una traccia brunita e di forma lanceolata sul corpo del vaso. Si innesta all'orlo con bracci semicircolari desinenti in volute ai lati della linguetta posadito ornata da una foglia lanceolata che nasce da due fogliette inguainate. L'attacco inferiore doveva essere decorato da una placchetta desinente, come si è detto, in un elemento lanceolato. Sul fondo restano tracce di una saldatura moderna, con una grossa percentuale di piombo e pochissimo stagno, relativa al posizionamento del piede oggi mancante ma ancora documentato nel 1923 (von Mercklin), caratterizzato da una forma schiacciata e leggermente campanulata.

La brocchetta rientra in un tipo tardo-ellenistico diffuso dalla penisola iberica alla Russia meridionale (Strong 1966, p. 116; Raddatz 1969, p. 93). La forma meno slanciata e la linearità della decorazione dell'ansa, per quanto ci è conservato, trovano confronto con un esemplare dalla tomba XLV di Ancona datato nella seconda metà del II secolo a. C. (Mercando 1976, p. 175) e con un vaso da una tomba di Aktanizovskaja Staniza nella Russia meridionale riferibile al 125-100 a. C. (Küthmann 1959a, p. 21). Più tardo di qualche decennio sembrerebbe il nostro esemplare anche se lo stato di conservazione e i pesanti interventi di restauro impediscono una lettura analitica più soddisfacente. [Emilia Talamo]

212. Coppa

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 54 (431, 180)

Alt. max all'ansa cm 4, diam. cm 10,3; peso g 50

Da Boscoreale (?)

Ultimo quarto del II secolo a. C.

Bibliografia: von Mercklin 1923-1924, pp. 126, fig. 20d; Talamo 1993, pp.280 sg., figg. 115-116

La coppa emisferica, con vasca profonda conservata solo parzialmente, ha una presa ad anello con posadito superiore allungato dai margini stondati e linguetta inferiore a forma di foglia lanceolata. L'innesto alla coppa è delineato con due bracci desinenti a volute.

Sulla presa dell'ansa è ben visibile un intervento di restauro antico realizzato attraverso una rilavorazione e ricongiunzione dei bordi frammentati con la tecnica della brasatura ovvero una saldatura leggera con percentuale bassa di stagno e piombo e più alta di argento, come rilevato in recenti studi.

Il piede oggi disperso era alto, strombato e sottolineato da profilature come si vede nell'immagine pubblicata da von Mercklin nel 1923.

A una coppa uguale è pertinente un orlo dello stesso diametro che presenta tracce di saldatura per l'innesto dell'ansa. Il frammmento potrebbe ricondurre all'esistenza di una coppia di vasi identici. Lo spessore molto esile del bordo non permette di escludere la possibilià che si tratti di una fodera interna dello stesso vaso.

La coppa si riporta allo scyphus tipo Boscoreale e precisamente alle forme più antiche su alto piede dell'ultimo quarto del II secolo a. C., attestate da un vaso proveniente da una tomba di Aktanizovskaja Staniza nella Russia meridionale riferibile al 125-100 a. C. (Küthmann 1959a, p. 21) e da esemplari di tesoretti ispanici come quello di Paradela de Guiães sepolto tra il 70 e il 40 a. C. (Raddatz 1969, pp. 53, 96-97). A una variante di poco successiva si riportano le coppe su basso piede attestate nello stesso contesto di Paradela de Guiães (Raddatz 1969, p. 281, nn. 1-2, fig. 35, 1-2), in quello di Pozoblanco databile tra il 105 e il 90-80 a. C. (ibidem, pp. 53, 240, n. 5, fig. 17,8) e in Italia nel Tesoretto di Palmi (Guzzo 1977-1979, p. 196, n. 5, fig. 17,8). La stessa sagoma perdura nel corso del I secolo d. C. con una decorazione a sbalzo. [Emilia Talamo]

213. Coppa emisferica con iscrizione

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 494 (190)

Alt. cm 7,4, diam. cm 12,4; peso g 168

Da Boscoreale (?)

Ultimo quarto del II secolo a. C.

Bibliografia: von Mercklin 1923-1924, pp. 124 sg., fig. 20d; Serra 1934, p. 6, tav. 17,3; Talamo 1993, p. 282, figg. 118-119

La coppa, integra ma con lunga fessurazione sul fondo, ha l'orlo ispessito a mandorla e distinto dalla parete con una lieve solcatura sull'interno. La zona centrale del fondo presenta un bottone rilevato inquadrato da anelli con piccolo foro centrale per il posizionamento del vaso sul tornio. Accanto è incisa la lettera “L”, più probabilmente una sigla di officina o forse un segno distintivo del proprietario per l'inventario del vaso. Sul bordo del vaso è incisa, a puntinatura assai minuta, l'iscrizione: T(iti) Flac(ci) P(ondo) S(emissem) SC(ripula) V. Sono indicati il nome del proprietario al genitivo e il peso del vaso corrispondente a mezza libbra (= 163,73 grammi) e cinque scripula (= 1,137 x 5, totale 5,685 grammi) per una misura teorica complessiva pari a 169,15 grammi. Il peso attuale della coppa, pari a 168 grammi, è leggermente inferiore a quello teorico e pienamente giustificabile per la lunga fessurazione che corre sul fondo.

La coppa, di tradizione tardoellenistica, è inquadrabile cronologicamente nell'ultimo quarto del II secolo a. C. (Raddatz 1969, pp. 86-89). Molto stringente è il confronto con due vasi del Tesoretto di Santisteban del Puerto I, datato tra il 105 e il 90-80 a. C. (ibidem, pp. 53, 251, n. 5, fig. 20,2, tav. 58,3) e con un esemplare dalla tomba 2/1907 di Ancona (Pellegrini 1910, pp. 351 sgg.). Molto simili ma non così perfettamente emisferiche risultano le due coppe del Tesoretto di Mengíbar, una delle quali decorata sul fondo con anelli concentrici (Raddatz 1969, p. 225, fig. 12,1-2), e un esemplare dal ripostiglio di Pozoblanco (ibidem, p. 240, tav. 46,3), entrambi databili tra il 105 e il 90-80 a. C.

L'iscrizione che corre sull'orlo esterno del vaso indica il nome del proprietario espresso in genitivo seguito dall'indicazione del peso. La sua posizione ben evidente e non, come di consueto, in uno spazio poco visibile del vaso sembra denunciare una ostentazione di proprietà di un vasellame pregiato da parte di nuovo ricco. Il praenomen Titus è di tradizione sabina ma in uso nell'area italica in particolare in Umbria e tra i Peligni (Chase 1897, pp. 152-153).

Il gentilizio Flaccius è documentato raramente e in forma del tutto frammentaria (a Trieste: CIL, V, 595; nella Germania inferior in una dedica a Diana di un veteranus: CIL, 13, 5193; nella Betica in una dedica a Flacci filiae sacerdotessa divae Augustae: Année Epigraphique 1894, n. 9). La derivazione Flacceius è documentata a Roma in tre iscrizioni funerarie di liberti di questa famiglia (CIL, 6, 17943-17945) mentre più attestato è il gentilizio con la stessa origine Flaccinius che si ritrova in iscrizioni di età imperiale a Roma (CIL, 6, 3361), nella Hispania citerior (CIL, 2, 5632; Hephemeris Epigrafica, 4, 354), in Dacia (Année Epigraphique 1977, 675 e in Britannia (Dessau, 2549). [Emilia Talamo]

214. Coppa con ansa orizzontale

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 118

Alt. cm 6,5, diam. cm 12,3; peso g 172

Da Boscoreale (?)

Ultimo quarto del II secolo a. C.

Bibliografia: von Mercklin 1923-1924, p. 126, fig. 20c; Talamo 1993, p. 282, fig. 117

Una rilavorazione ottocentesca ha ridotto in lamina sottile la vasca e l'ansa che risultano in contrasto con il pesante piede ad anello. L'intervento era volto forse ad attenuare la deformazione della coppa. Sono evidenti le tracce di martellatura e i segni di tremature sull'orlo causate da un movimento discontinuo del tornio. L'ansa impostata orizzontalmente doveva essere ad anello con linguetta lanceolata, come sembra attestare l'immagine pubblicata da von Mercklin.

Una placchetta di forma lanceolata decora l'innesto dell'ansa sulla parete.

Nonostante la rilavorazione, si evidenzia una coppa a ciotola profonda e con orlo accentuatamente estroflesso che trova un confronto molto puntuale in un esemplare assai più piccolo e privo di ansa del Tesoretto di Mengíbar (Raddatz 1969, p. 225, n. 4 fig. 12,7, tav. 24,4). [Emilia Talamo]

215. Colum

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 55 (432)

Alt. max cm 3, diam. coppa cm 6,7; peso g 40

Da Boscoreale (?)

Primo quarto del I secolo a. C.

Bibliografìa: von Mercklin 1923-1924, pp. 124 sg., fig. 20f; Piana Agostinetti, Priuli 1985, pp. 192 sg. Fig. 3,2; Talamo 1993, p. 280, fig. 114

La coppa, con orlo interno ispessito a mandorla, presenta la superficie ricoperta da forellini che disegnano una fascia a doppi meandri intrecciati e un motivo a ventaglio sul secondo registro.

L'ansa a linguetta orizzontale si innesta all'orlo con due bracci modanati e si articolava, come si vede nelle fotografie del 1920 (von Mercklin 1923-1924, p. 125, fig. 20), in una presa ad anello configurata plasticamente con una foglia lanceolata così come nella brocchetta cat. 211 e nelle coppe cat. 212, 214. La parte attualmente conservata dell'ansa è stata saldata al vaso durante l'intervento di restauro ottocentesco con un procedimento di limatura dell'orlo che ha cancellato un'iscrizione resa a punti-natura di cui restano solo alcune lettere relative alla zona finale del testo ("S T A") di difficile interpretazione.

La forma, di tradizione tardoellenistica anche se poco documentata in argento, trova precisi riscontri nel più grande dei due colini del Tesoretto di Mengíbar (Raddatz 1969, p. 225, n. 5, fig. 12,4, tav. 24,2) e nell'esemplare del Tesoretto di Arcisate, anche se il nostro vasetto è di dimensioni notevolmente ridotte. [Emilia Talamo]

216. Simpulum

Roma, Antiquarium Comunale, inv. M.A.I. n. 56 (433)

Alt. max cm 18, diam. Coppa cm 4,8; peso g 52

Da Boscoreale (?)

Primo quarto del I secolo a. C.

Bibliografia: von Mercklin 1923-1924, pp. 124 sg., fig. 20e; Piana Agostinetti, Priuli 1985, p. 194, fig. 4,2; Talamo 1993, p. 280, fig. 113

Presenta una coppa profonda, priva di parte del fondo, e un manico ricomposto da tre frammenti ivi compresa la parte terminale a uncino che, a causa della notevole deformazione, non è più in asse con la coppa. Il manico, piatto con margini concavi profilati su entrambe le facce, si innesta alla coppa con due piccole appendici laterali ricurve e termina con una testa di cigno, ben modellata con particolari tracciati a bulino e sottolineati da una doratura della quale rimangono modeste tracce.

La forma del mestolo, tipica dell'età tardoellenistica, è documentata sia in argento che in bronzo nel bacino del Mediterraneo fino a nord delle Alpi (Strong 1966, pp. 115-116; Raddatz 1969, p. 92). I confronti più puntuali, che riportano al primo quarto del I secolo a. C., si ritrovano in due esemplari molto simili l'uno del Tesoretto di Arcisate (Piana Agostinetti, Priuli 1985, pp. 194-196, fig. 4,1) e l'altro del ripostiglio di Palmi seppellito intorno al 72-71 a. C. (Guzzo 1977-1979, p. 196, n. 6, fig. 10, tav. LXXIIa-b); analogo, ma più elegante per la curvatura del manico e per lavorazione della testina di cigno, è il simpulum del Tesoretto di Mengíbar datato intorno all'80 a. C. (Raddatz 1969, p. 227, n. 7, tav. 24,6) come anche un esemplare, forse proveniente dalla Siria, della collezione Dumbarton Oaks (Richter 1956, pp. 44 sg., tav. XIXa, n. 26). [Emilia Talamo]

© Capitoline Museums 2010