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Catalogo

11. Affresco con dea Roma urn:collectio:0001:antcom:32395

(Maria Paola Del Moro)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 32395. Roma, domus sul vicus Iugarius. Intonaco dipinto. Stato di conservazione frammentario: restano parte della decorazione a festoni e della testa della dea Roma, conservata fino all'altezza della bocca. Superficie evanida. IV-V sec. d. C. Alt. pannello cm. 63; larg. Pannello cm 93.

Attualmente resta una piccola porzione di affresco su fondo ocra con resti di festoni rossi sui quali si soprappone la testa di un personaggio femminile, conservata superiormente. La testa, rivolta leggermente a sinistra, è circondata da un grande nimbo azzurro ed è sormontata da un elmo di colore marrone a triplice cresta bianca, da cui fuoriescono sulla fronte i capelli ondulati divisi sui lati. Il volto, d'aspetto giovanile e di forma ovale, è caratterizzato dalle ampie sopracciglia arcuate e dai grandi occhi neri fissi, attualmente poco conservati, entro le palpebre sottolineate nel contorno. Sotto il naso diritto e forte non restano più tracce della bocca.

Il frammento faceva parte di un'estesa superficie dipinta che ricopriva la zona superiore di una nicchia, alta circa m 2,50 e larga m 2,67, ricavata nella parete di fondo di un ambiente: all'interno di una cornice si svolgeva la scena figurata di cui, al momento della scoperta, sopravvivevano, oltre alla testa del personaggio femminile, anche la parte superiore del braccio destro abbassato ed ornato da due armille e la mano sinistra portata in alto nell'atto di reggere un'asta. A destra e più in basso vi erano i resti della testa di un personaggio maschile nimbato di proporzioni minori, cinto da una corona d'alloro ornata di gemme e rivolto verso di lei. Dubitativamente è stata proposta la possibilità d'intravedere un'ulteriore figura verso l'estremità sinistra della composizione (Colini 1980-1982).

La posizione leggermente decentrata verso sinistra del personaggio femminile sembra indicare la presenza di un elemento centrale, forse la rappresentazione della Vittoria, retto dalla dea nella mano destra. L'altezza della testa ha fatto ipotizzare che la divinità fosse stante, o, piuttosto, seduta su un trono sopraelevato su un podio con due o più gradini, di cui forse restava una labile traccia in un elemento con due linee parallele piegate ad angolo alle sue spalle.

Dal punto di vista tipologico, la rappresentazione monumentale è stata considerata “Roma intronizzata”. Il suo confronto più stretto può essere riconosciuto con la cd. Dea Barberini (cfr. cat. n. 3). La divinizzazione di Roma, iniziata nel mondo greco, coincide a Roma con l'introduzione del suo culto da parte di Adriano, autore del progetto architettonico ed ideologico rappresentato dal Tempio di Venere e Roma e dalla relativa statua raffigurante Roma Aeterna. In età tardoantica l'immagine di Roma viene sostituita dal simulacro dedicato da Massenzio, cui va legata la sua intronizzazione. Il tipo intronizzato è attestato dal II secolo a. C., periodo nel quale la personificazione di Roma, vestita con lunghi paludamenti, siede su un sedile con alta spalliera o su un trono, ma è solo dall'età augustea che si afferma attraverso l'introduzione del culto di Augusto e Roma nelle provincie orientali. In seguito alla creazione della nuova iconografia sotto Massenzio, l'immagine della dea Roma su trono trova larga diffusione ed è rappresentata insieme alla personificazioni di Costantinopoli, di Cartagine e di Alessandria ed in associazione a personificazioni e divinità diverse che le rendono omaggio (per il tema, cfr. cat. n. 3). In questo senso va interpretato l'affresco esposto. Un esempio in questo senso è proprio dato dal monumento dal quale proviene la pittura esposta.

Nel 1943, durante l'isolamento del lato sud del Campidoglio, fu rinvenuto presso l'angolo posteriore della chiesa di S. Maria della Consolazione un ninfeo dipinto di età tardoantica prospiciente il vicus Iugarius. L'ambiente, pertinente ad una domus che aveva riutilizzato strutture antiche, aveva forma quadrangolare ed era provvisto di una vasca. In seguito ad interventi di distruzione si presentava privo della fronte e della parete destra; era stato inoltre spoliato delle incrostazioni marmoree che ne rivestivano l'alto zoccolo e la pavimentazione. Conservava invece parte della decorazione pittorica che ne rivestiva i muri e che si riferiva ad una fase nella quale erano stati realizzati alcuni cambiamenti rispetto alla costruzione originaria, documentata nella parete sinistra dall'obliterazione delle tre finestrelle e dall'aggiunta di piloni angolari.

La superficie dipinta era stata successivamente ricoperta da una scialbatura. La rappresentazione della dea Roma su trono con personaggio imperiale occupava il muro di fondo, costituendo il centro della composizione estesa sulla parete sinistra e, per simmetria, sulla parete destra, dove la decorazione è andata perduta, ed il punto verso il quale si dirigeva una teoria di figure femminili offerenti con le mani velate (cfr. cat. n. 6, 7), secondo uno schema iconografico attestato in età tardoantica sia nel repertorio pagano sia in quello cristiano.

Sulla base della monumentalità e dell'iconografia degli affreschi, il vano è stato interpretato come un sacello dedicato alla dea Roma. La cronologia dell'ambiente trasformato in ninfeo è stata fissata al III-IV secolo, mentre per la pittura è stata proposta una datazione nel IV-V secolo.

In tale periodo, pertanto, il luogo avrebbe avuto una funzione pubblica non altrimenti documentata, in significativa corrispondenza con la ripresa del paganesimo, nell'ambito di una domus collocata sulle pendici del colle capitolino, in una zona che conserva fino ad età tarda un'impronta dichiaratamente aulica ed anticristiana.

Le disposizioni imperiali antipagane avrebbero infine comportato l'obliterazione degli affreschi e, forse, l'abbandono dell'aula, rinvenuta spoliata dei suoi marmi.

Stern 1953, p. 129, 345, tav. 27, 1-3; Mielsch 1978, p. 197-199, tav. 99, 1-2, 100, 1; Colini 1980-1982, p. 7-9, 15-17, fig. 9, tav, I; LIMC, VIII, 1977, p. 1048-1068, s. v. Roma, in particolare 1064-1065, n. 245 (E. Di Filippo Balestrazzi); LTUR, V, 1999, p. 169-170, s. v. Vicus Iugarius (P. Virgili).

17. Mosaico policromo con busto urn:collectio:0001:antcom:04492 di atleta

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 4492. Roma, rinvenuto nel 1879 a Porta Maggiore Alt. cm 108; lung. cm 96. Buono stato di conservazione. Seconda metà III sec. d. C.

Nel pannello, riquadrato da una cornice a doppia treccia, attualmente conservata solo su due lati, è rappresentato il busto di un atleta, con una leggera torsione verso sinistra. L'identificazione del personaggio si basa su una serie di confronti, in particolare di ambito romano, in cui viene codificata, a partire dal III secolo, l'iconografia dell'atleta. Questi personaggi, beniamini del pubblico e circondati di ampia fama, vengono rappresentati, a partire dal più noto e complesso mosaico delle Terme di Caracalla ora ai Musei Vaticani, in tutta la loro potenza fisica, con muscolature esuberanti, colli taurini e teste rasate ad eccezione del cirrus o della ciocca lasciata lunga sulla nuca. I loro volti, dai lineamenti standardizzati, offrono due interpretazioni, quella del lottatore feroce o del vincitore compiaciuto. A questi canoni risponde anche la rappresentazione del mosaico capitolino che mostra un uomo dalle possenti masse muscolari messe in evidenza dalle linee curve che ne sottolineno il rigonfiamento, dal collo taurino, dalla linea sinuosa che definisce i pettorali. Il volto squadrato dall'espressione compiaciuta, con naso camuso e zigomi alti, è tratteggiato da dure linee scure che ne accompagnano il profilo e definiscono la calotta cranica con capelli cortissimi, ad eccezione di una ciocca lasciata lunga sulla nuca. Il pannello doveva essere composto in un quadro di più ampio respiro, suddiviso in campi, delimitati dal bordo a treccia policroma a tre capi e dalla cornice a dentelli, in ognuno dei quali doveva comparire un ritratto, tanto più che nelle relazioni di scavo si accenna ad altre due teste e ad una figura di pugilatore.

Lo schema compositivo e l'impianto stilistico avvicinano il mosaico capitolino ad un pannello conservato al Museo Nazionale Romano, con cui condivide la datazione e forse la provenienza da un medesimo edificio, l'impianto termale costruito da Settimio Severo e già identificato come Terme Eleniane.

Blake 1940, p. 112, tav. 25, 4; Insalaco 1989, p. 322- 325, fig. 26; Forma del colore 1999, p. 166, n. 17 (C. Salvetti).

46. Sbocco di fontana urn:collectio:0001:antcom:02146 a testa di pantera

(Laura Ferrea)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 2146. Roma, via dello Statuto, fra via Merulana e la chiesa di S. Martino ai Monti (1884). Bronzo fuso. Alt. cm 16; larg. cm 10; prof. cm 14. Buono stato di conservazione. Tarda età imperiale.

La testa di pantera, dalle cui fauci spalancate sgorgava lo zampillo d'acqua, è resa piuttosto realisticamente, con una attenta caratterizzazione dei particolari anatomici, pur nella schematizzazione dei volumi.

Sottili linee incise definiscono il pelame all'interno delle orecchie; con incisioni più marcate sono evidenziati gli occhi fissamente spalancati e le pieghe del muso. Ai lati del condotto liscio che fuoriesce dalla bocca sono rappresentate in rilievo le due file di denti aguzzi. Il tralcio d'edera che la incorona, concluso in alto da due corimbi, è un chiaro riferimento all'ambiente dionisiaco.

Il pezzo, notevole per dimensioni e fattura, era utilizzato insieme ad altri elementi simili non pervenuti nell'abside maggiore di un grande ninfeo rivestito con tarsie di marmi policromi, inserito in un complesso residenziale di età tardoantica.

Lanciani 1884, p. 49, 262, n. 1, tav. V; Talamo 1986, p. 166-167, 169, n. 7; Talamo 1993, p. 288.

47. Sbocco di fontana urn:collectio:0001:antcom:02154 a testa di pantera

(Laura Ferrea)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 2154. Roma, via dello Statuto presso la chiesa di S. Martino ai Monti (1886). Bronzo fuso. Diam. piastra cm 8; prof. totale cm 14. Buono stato di conservazione. Età imperiale

La protome felina è sommariamente schematizzata per grandi masse delineate da incisioni, che segnano anche il pelame sul collo e sulle orecchie, mutile in alto. È applicata ad una piastra circolare a profilo irregolare, bordata da una fila di cerchietti incisi e decorata da un sottile tralcio puntinato ad andamento serpeggiante.

Dalla bocca aperta con grandi zanne appuntite spunta il tubo per l'uscita dell'acqua; sul retro è conservato un tratto della conduttura cilindrica di collegamento all'impianto di alimentazione idrica.

Il boccaglio è stato rinvenuto insieme ai due che seguono fra resti evidenti di un incendio, in mezzo a ceneri e carboni.

Lanciani - Gatti 1886, p. 170 b, 425, n. 3; Talamo 1986, p. 167, 169, n. 8.

48. Sbocco di fontana urn:collectio:0001:antcom:02156 a testa di lupo

(Laura Ferrea)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 2156. Roma, via dello Statuto presso la chiesa di S. Martino ai Monti (1886). Bronzo fuso. Alt. cm 5,2; larg. cm 5; prof. cm 6. Buono stato di conservazione. Età imperiale

II folto pelame intorno al collo è reso plasticamente a piccole ciocche, mentre il muso e le orecchie sono segnati da fitte incisioni.

Le fauci sono come di consueto aperte, con due zanne a rilievo sui due lati del condotto per l'uscita dell'acqua, che sporge all'infuori con un taglio obliquo e presenta in basso una mancanza.

Il pezzo è conservato fino all'attaccatura del collo; doveva essere applicato ad una piastra circolare di base, di cui restava una porzione (oggi perduta) al momento del ritrovamento.

Lanciani - Gatti 1886, p. 170 c, 425, n. 5; Talamo 1986, p. 167, 169, n. 10.

49. Sbocco di fontana urn:collectio:0001:antcom:02151 a testa di pantera

(Laura Ferrea)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 2151. Roma, via dello Statuto presso la chiesa di S. Martino ai Monti (1886). Bronzo fuso. Alt. cm 3,5; largh. cm 3,5; prof. cm 3,8. Mediocre stato di conservazione. Età imperiale

Riproduce in dimensioni ridotte il tipo dell'esemplare precedente, ma è piuttosto rovinato in superficie. Resta solo la testa con parte del collo.

L'utilizzo di protomi di animali feroci, in particolare leoni, per le uscite dell'acqua in fontane e ninfei ebbe ampia diffusione in età imperiale.

Lanciani - Gatti 1886, p. 170 d, 425, n. 4; Talamo 1986, p. 167, 169, n. 9.

73. Lastrina con erote con bacino urn:collectio:0001:antcom:17345

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 17345. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 10,8; larg. cm 11,3. Modeste lacune nei bordi. Fine IV sec. d.C.

La lastrina è ricavata all'interno di un osso piatto, forse una scapola di mammifero; la superficie decorata è delimitata da una semplice linea di contorno oltre la quale i bordi sono lasciati grezzi.

Un erote stante e con un ampio mantello sostiene un bacino colmo d'acqua: la capigliatura, le ali, il mantello ed il contenuto del bacino erano colorati. Motivi decorativi e fiori di nelumbo riempiono gli spazi vuoti intorno alla figura.

La lastrina fa parte di un gruppo di analoghi esemplari in osso e avorio rinvenuto nel 1874 a Roma, nei pressi della porta Viminalis, al di fuori del circuito delle Mura Serviane; gli oggetti erano all'interno di un ambiente, probabilmente a carattere termale, caratterizzato da un mosaico pavimentale con thiasos marino.

Il gruppo era composto prevalentemente da fascette di cornice e formelle quadrangolari decorate ad incisione ed un tempo caratterizzate dal colore, ora quasi totalmente evanido; quest'ultimo campiva piccole zone nelle quali la superficie era resa scabra da fitti solchi paralleli.

I motivi decorativi sono riconducibili all'iconografia della toletta/nascita di Afrodite, nell'ambito della quale la dea è aiutata da eroti servitori che sostengono bacini per acqua e cesti di rose. Per tecnica, stile ed iconografia le formelle trovano i migliori confronti in ambiente egiziano dove, negli anni a cavallo tra il IV ed il V secolo, lastrine simili decoravano preziose cassette in legno, probabilmente doni nuziali, destinati a contenere profumi e gioielli (Baltimore, Walters Art Gallery, 17.40; II Cairo, Museo Copto, 7060-7087).

Nell'ambito del gruppo rinvenuto a Roma, decorato con motivi iconografici di tradizione ellenistica, riveste particolare interesse un frammento di formella, per tecnica e stile identico agli altri (Antiquarium Comunale, inv. n. 17339), nel quale si può riconoscere la testa di Pietro in una scena di traditio legis descritta secondo l'iconografia che si va definendo a Roma proprio negli anni finali del IV secolo.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 1, fig. 4-5.

74. Lastrina con erote con cofanetto urn:collectio:0001:antcom:17336

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 17336. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 10; larg. cm 11,7. Manca la parte inferiore. Fine IV sec. d.C.

Simile alla precedente, conserva tracce di colore rosso. L'erote in questo caso sostiene un cofanetto, forse pieno di gioielli.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 2, fig. 6-7.

75. Lastrina con eroti urn:collectio:0001:antcom:17342 recanti un cesto e un'anatra

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 17342. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 9,4; larg. cm 11,8. Manca la parte sinistra, ampia lacuna nel lato destro. Fine IV sec. d.C.

Simile alle precedenti, la lastrina è caratterizzata da una cornice a rombi separati da coppie di listelli, all'interno della quale si aprono tre fori di fissaggio. Il centro della composizione è sottolineato da un fiore a margherita ai lati del quale due eroti affrontati portano un cesto di fiori l'uno, un'anitra l'altro. Eroti con cesti di rose ed anitra sono presenti in coevi tessuti copti con raffigurazione della nascita/toletta di Afrodite in ambiente nilotico.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 4, fig. 9-10.

76. Lastrina con figura femminile urn:collectio:0001:antcom:17337

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 17337. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 5,9; larg. cm 6,1. Frammentario, rimane l'angolo sinistro alto. Fine IV sec. d. C.

Un'ipotesi ricostruttiva, basata sulle dimensioni della lastrina precedente, mostra, entro una cornice a rombi, una figura femminile stante centrale vicino ad una tenda pendula. La donna indossa una tunica clavata e porta sul capo un velo ed una corona d'alloro. La figura muliebre, forse una sposa, può essere assimilata alle analoghe 'signore' presenti sul cofanetto nuziale di Saqqarah del Museo Copto del Cairo e su quello di Proiecta e Secundus del British Museum.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 5, fig. 11.

77. Fascetta a girali urn:collectio:0001:antcom:18511

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18511, 1. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 2,4; lung. cm 14,5. Lacune nei bordi. Fine IV sec. d. C.

La fascetta, conservata per tutta la sua lunghezza, è decorata da un motivo a girali nascenti da una voluta; ogni girale si conclude con un fiore o frutto.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 13, 1, fig. 19.

78. Fascetta a girali urn:collectio:0001:antcom:18511

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18511,2. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 2,5; lung. cm 11,3. Piccole lacune nei bordi. Fine IV sec. d. C.

La fascetta, conservata per tutta la sua lunghezza, è decorata da un motivo simile al precedente.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 13, 2, fig. 20.

79. Fascetta a girali urn:collectio:0001:antcom:18511

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18511,15. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 2,4; lung. cm 9,8. Frammentaria. Fine IV sec. d. C.

La fascetta, decorata con motivo simile ai precedenti, conserva consistenti tracce di colore rosso.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 13, 15, fig. 27.

80. Fascetta a girali urn:collectio:0001:antcom:18511

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18511,19. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 2,5; lung. cm 9,1. Ricomposta da due frammenti, rotta ad una estremità. Fine IV sec. d. C.

La fascetta, tagliata obliquamente ad angolo, presenta girali desinenti in fiori a margherita.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 13, 19, fig. 31.

81. Fascetta con fiori e uva urn:collectio:0001:antcom:18510

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18510. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 2,1; lung. cm 12,5. Frammentaria. Fine IV sec. d. C.

Il motivo decorativo è costituito da grappoli d'uva alternati a fiori e collegati da una linea ondulata. Si conservano lievi tracce di colore verde e rosso.

Albertoni 1991-1992, n. 18, fig. 36.

82. Fascetta con fiori urn:collectio:0001:antcom:18506 tra coppie di listelli

(Margherita Albertoni)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 18506. Roma, via di Porta S. Lorenzo. Osso piatto decorato ad incisione. Alt. cm 1,6; lung. cm 13. Ricomposta da tre frammenti. Fine IV sec. d. C.

La fascetta è decorata da un semplice motivo a fiori tra coppie di listelli verticali. Il colore doveva campire sia i petali dei fiori sia gli spazi tra i listelli.

Albertoni 1991-1992, p. 341-392, n. 19, 1, fig. 37.

134. Affresco con Perseo e Andromeda urn:collectio:0001:antcom:04478

(Carla Salvetti)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 4478. Da Roma, dalla via del Mare, 1929. Intonaco dipinto. Alt. cm 132; lung. cm 221. Lacune nella scena centrale e nel sottarco. Seconda metà del IV sec. d. C.

La lunetta raffigura l'episodio mitologico di Perseo che libera Andromeda dopo aver ucciso il mostro marino in ostaggio del quale quest'ultima era stata incatenata alla roccia. Su uno sfondo chiaro, sul quale sono delineate le rocce, con movimenti circolari orlati di rosso cupo, la figura di Perseo si staglia netta in un atteggiamento di estrema delicatezza nei confronti della donna della quale sostiene il braccio, aiutandola a scendere. Con il piede destro poggiato su una roccia, è vestito di una tunica che gli riveste i fianchi e di un mantello affibbiato sulla spalla destra e scivolato lungo la spalla sinistra e il dorso; porta il copricapo frigio che ne caratterizza la provenienza orientale e regge nella sinistra il falcetto, dono di Ermete, e la testa di Medusa, appena visibile per le lacune che interessano la parte inferiore dell'affresco. Andromeda, vestita di una tunica che ricopre solamente i fianchi ed è trattenuta con la mano sinistra, porta bracciali e una vistosa collana, resa in modo singolarmente uguale alle catene che la imprigionavano e che sono rimaste attaccate alla roccia; ai suoi piedi un cesto da un lato e dall'altro la testa del mostro ucciso dal suo salvatore.

Nel sottarco restano tracce di tre fasi decorative: al centro, su un fondo chiaro, un gorgoneion e a destra pavoni, relativi alla seconda fase; nell'intradosso dell'arco parte del motivo a squame incise sullo stucco rosso, coevo all'affresco della lunetta e infine evanide tracce della prima fase pit­torica, a campiture policrome con rosette al centro.

In effetti le tre fasi riscontrabili sugli affreschi corrispondono ad altrettanti interventi sulle strutture murarie pertinenti ad un complesso identificato, al momento della scoperta, come un balneum, ma, più verosimilmente un ninfeo di un edificio pubblico o di una ricca dimora privata.

Scavato solo parzialmente alla fine degli anni Venti, in occasione dei lavori per la sistemazione della via del Mare, il complesso monumentale comprendeva due corpi di fabbrica, uno sui fronti nord ed est con cortile e due ambienti; il secondo, obliquo rispetto all'altro, con stanze coperte da volte a crociera, tra le quali un grande ambiente con due ampie nicchie ad arco.

Quella da cui proviene l'affresco era stata trasformata in ninfeo con l'aggiunta di una vasca in opus listatum e di nicchie precedute da colonne nella parte inferiore della parete di fondo. Se l'impianto originario può essere datato in età adrianea, una prima trasformazione risale ad età severiana e l'ultima al IV secolo, quando la nicchia accoglie l'affresco con Perseo e Andromeda.

In questo contesto, e tanto più se l'edificio aveva carattere pubblico, l'affresco assume particolare importanza, documentando la scelta di soggetti mitologici in una redazione di ampio respiro, ancora in epoca tarda.

Se il confronto stilistico più immediato si istituisce con le pitture dell'altra struttura scoperta al vico Jugario con offerenti o con la cd. Roma Barberini o ancora con i dapiferi dal Celio, tutte improntate alla stessa monumentalità, delineate con colori sobri e poche variazioni cromatiche, dai volti ton­deggianti con grandi occhi sgranati, un momento particolarmente interessante è rappresentato da alcune pitture delle catacombe, come l'Orfeo di Marcellino e Pietro, che suggeriscono l'uso degli stessi mezzi formali per la redazione di opere di matrice culturale assai diversa.

Muñoz 1930, p. 73 ss.; Mielsch 1978, p. 193 ss., tav. 97, 1; Romana Pictura 1998, p. 292-293, n. 70 (C. Salvetti).

214. Frammento di piatto urn:collectio:0001:antcom:07233 per i Vicennali di un imperatore

(Carla Martini)

Roma, Antiquarium Comunale, inv. n. 7233. Da Roma, nei pressi della Casa delle Vestali al Foro Romano. Vetro soffiato con decorazione ad intaglio. Lung. cm 14,5; alt. cm 6,5. Si conserva solo la metà superiore destra della superficie totale. Metà IV sec. d. C.

Il piatto, dal profilo lievemente concavo, presenta tre profondi solchi di diversa misura intagliati alla ruota lungo il bordo esterno; sulla superficie interna sono raffigurati alcuni personaggi davanti ad un tempio.

L'edificio presenta un prospetto formato da quattro colonne lisce coronate da capitelli stilizzati e sormontate da un timpano il cui bordo superiore segue la curvatura del piatto; al centro del timpano due Vittorie alate reggono una corona di alloro, legata con nastro, entro la quale sono debolmente incise le parole VOTA XX MULTA XXX.

Ai lati della corona due figure seminude sedute volte verso gli angoli estremi del timpano; nella parte conservata si vede, a destra della figura seduta, una figura semisdraiata di schiena, coperta solo in parte da un mantello, che poggia il gomito sinistro su un vaso da cui esce acqua.

Davanti al colonnato, in posizione centrale e posta in primo piano, resta parte della testa di una figura maschile caratterizzata da una compatta e regolare calotta di capelli, una corta barba, grandi occhi spalancati, naso affilato ed orecchie appuntite. A destra della figura centrale, in posizione arretrata rispetto ad essa, un personaggio con corta barba, capelli radi sulle tempie e grosso collo indossa una clamide allacciata sulla spalla destra con una grande fibula rotonda; alle sue spalle, in secondo piano, compare un terzo personaggio, di cui restano solo il collo e la testa, al di sopra del quale è inciso il nome SEBERVS. Nello spazio a fianco dei due personaggi minori si intravedono forse i resti della figura di un cavallo.

Confronti per questo tipo di raffigurazione si trovano sui piatti d'argento di elargizione che venivano distribuiti dall'imperatore o da un alto ufficiale in occasione di importanti celebrazioni; tra questi il riscontro più diretto si ha con il missorium di Teodosio da Emerita dove è raffigurato l'imperatore con Valentiniano II e Arcadio davanti ad un edificio con quattro colonne e timpano triangolare in occasione dei suoi vicennalia.

L'identificazione dei personaggi raffigurati è ancora oggi oggetto di discussione (Pirzio Biroli, in bibl.): il Bruzza, che per primo pubblicò il frammento, riconobbe nella figura centrale l'imperatore Diocleziano.

Una seconda ipotesi, formulata dal Fuhrmann e condivisa dal Fremersdorf, identifica il personaggio centrale con Costantino il Grande; tale interpretazione è avvalorata dalla presenza del nome SEBERVS che viene connesso ad Acilio Severo, praefectus urbis nel 326 d. C., anno in cui Costantino celebrò i suoi vicennalia.

Una terza ipotesi avanzata sia da Kraft che da Salomonson, basata soprattutto su confronti stilistici per lo più di carattere numismatico, identifica il personaggio centrale con l'imperatore Costanzo II che celebrò i vicennalia una prima volta nel 343 ed una seconda nel 357 d. C.

Vetri dei Cesari 1988, p. 223-224, n. 124 (L. Pirzio Biroli Stefanelli), con bibl. prec.

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