[ urn:collectio:0001:doc:pietropaolo:2000 ]

Indice :antcom:07553 :antcom:10449 :antcom:10453 :antcom:12033 :antcom:14912 :antcom:17135 :antcom:17137

SCHEDE

Aspetti della religiosità tardoantica a Roma

22. Phylaktèrion contro il seleniasmòs urn:collection:0001:antcom:17135

(Gabriella Bevilacqua)

IV-V secolo. Argento, 7 x 8 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 17135. Rinvenimento: Roma, zona dell'Esquilino

Destinati a proteggere il proprietario dalle malattie, dal malocchio e da ogni genere di calamità, oppure ad assicurargli ogni genere di fortuna, i phylaktèria (da phylàssein, proteggere) consistevano in documenti minuti come gemme, laminette o strisce di papiro, ma anche di dimensioni più grandi, come lastre di pietra, iscritti e dotati anche di immagini. La loro diffusione è attestata nel periodo imperiale fino all'età bizantina.

L'incisione poteva consistere in una iscrizione o in segni magici, e, nelle gemme, in un repertorio iconografico molto ricco.

Le lamine erano generalmente di metallo nobile, come l'oro e l'argento, e, in casi meno frequenti, di bronzo. Esse, dopo l'incisione, venivano ripiegate in più parti e custodite in astucci tubolari per essere portate con sé, a scopo protettivo, generalmente sospese al collo, oppure venivano conservate in casa.

La laminetta argentea in esame presenta una lunga frattura trasversale in corrispondenza della piegatura centrale; inoltre, la superficie appare visibilmente consumata in alcune parti, tanto da rendere quasi invisibile l'incisione di alcuni tratti.

Di forma quadrata, dopo l'incisione fu ripiegata in tre parti in senso orizzontale e in nove in senso verticale per essere evidentemente riposta in una custodia, secondo la consueta abitudine.

Un grande ourobòros, il serpente che si morde la coda, è iscritto quasi nell'intero spazio della lamina. Le sue squame sono disegnate sommariamente per mezzo di corti segmenti disposti irregolarmente, e la coda si inserisce nella bocca nella parte superiore della lamina.

All'interno di esso è iscritto un piccolo cerchio intorno al quale è incisa una serie di theta. Nello spazio restante si dispongono charaktères e lettere simboliche su quattro linee, mentre all'esterno, al di sopra e ai suoi lati corre un'iscrizione in caratteri greci.

Le lettere si presentano abbastanza accurate e consentono di datare il documento tra il IV e il V secolo. (Φυλακτήριον) πρòςσελ[ήν]ην παξομένους

έν λαμελλα άργυρων.

"(Filatterio) per coloro che soffrono il male lunatico (iscritto) su una laminetta d'argento".

Il testo dell'iscrizione esprime semplicemente lo scopo del talismano, che assicurava la sua protezione dalla malattia dell'epilessia, definita in età tarda anche con il nome di seleniasmòs, o selenàion pathos, secondo la credenza popolare che ne attribuiva l'origine all'influenza lunare, e metteva in relazione le sue crisi periodiche con l'alternanza delle fasi lunari. L'espressione σελήνην πάσχειν (παξομένους per πασχομένους nel testo), letteralmente "soffrire la luna", sembra essere nuova, al posto della più usuale σεληνιάζεσθαι, "essere lunatici". Inusuale è anche il termine latino traslitterato in greco, λαμελλα, laminetta, normalmente chiamata nei testi λάμνα o λαμνίον o πτύχιον. Da rilevare è la mancanza di concordanza in caso dativo con il termine indicante il materiale, άργυρων, in caso genitivo plurale.

Il fenomeno della traslitterazione è tuttavia frequente in questa tarda età e documentato non soltanto in questo tipo di documenti, ma, ad esempio, anche nelle iscrizioni lapidee e, in particolare, in quelle funerarie. Non stupisce neanche l'errore di concordanza che, insieme ad altre anomalie di carattere fonetico e ortografico, sono fenomeni legati all'influenza della lingua parlata, che caratterizzano il momento di transizione linguistica di questo periodo.

L'indicazione del supporto dell'incisione (έν λαμελλα άργυρων) non è molto consueta nella magia applicata, contenuta come norma prescrittiva piuttosto nei prontuari magici, come i papiri, anche se si osserva come i documenti ripetano talvolta le norme prescrittive dei libri di magia. In questo caso tuttavia, è molto più verosimile che tale indicazione fosse semplicemente parte integrante del titolo del documento.

Quanto al tema del filatterio, la protezione dall'epilessia, si tratta di una malattia diffusa nell'antichità e temuta soprattutto per i bambini, che per questo motivo venivano premuniti di un amuleto di forma lunata chiamato appunto selenìs, in greco, e lunula, in latino. Sono noti altri amuleti che chiedevano protezione da questo male: ad esempio, quello per una donna di nome Aurelia, per la quale si domanda la liberazione, distintamente, da tutte le fasi progressive del male.

Analoga richiesta, insieme all'allontanamento di febbri e malocchio, è riservata a una tale Syntychè, su una laminetta d'argento ritrovata nell'Ottocento a Roma e finita poi a Parigi (per gli amuleti riguardanti l'epilessia si veda Kotansky 1991, pp. 117-118).

Una serie di charaktères è contenuta all'interno dell'ourobòros, l'antico motivo appartenente al simbolismo funerario egizio e cosmico dell'Oriente. Il serpente che si morde la coda, attraverso l'azione dell'autofagia, simboleggiava la continuità e il rinnovamento incessante del cosmo che si nutre di se stesso, simbolo dell'eternità. Esso viene a rappresentare una delle figure più comuni sfruttate dal simbolismo magico. La sua diffusione è tale da diventare un semplice emblema augurale o addirittura un elemento contenitore di formule magiche e charaktères, come nel caso di questa laminetta.

Tra i segni magici incisi su di essa se ne distinguono alcuni caratteristici di carattere giudeo-cristiani, come le stelle a otto raggi, il chrismòn, l'"albero della vita".

Bibliografia: Bevilacqua in corso di stampa, pp. 18-27.

23. Phylaktèrion greco-ebraico urn:collection:0001:antcom:17137

(Gabriella Bevilacqua)

IV-V secolo. Argento, 11,4 x 4 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 17137. Laminetta rettangolare frammentata lungo i lati maggiori e con qualche piccola frattura presente in alcuni punti della superficie. Una piccola fenditura verticale è visibile in corrispondenza dell'angolo superiore sinistro della superficie. Non appaiono tracce del consueto ripiegamento.

Si tratta di un documento ancora inedito e attualmente in corso di studio (la laminetta è oggetto di studio da parte di chi scrive per la parte greca in collaborazione con M. Giulia Amadasi per la parte in ebraico), per il quale in questa sede si forniscono soltanto notizie generali e di carattere preliminare. La superficie della lamina si presenta incisa, per diciotto righe, da lettere greche, da una ricchissima serie di charaktères, e da lettere ebraiche.

Un'iscrizione in caratteri greci costituisce l'inizio del testo: essa doveva occupare probabilmente almeno tre righe di scrittura, come è ben visibile soprattutto nella parte superiore destra della laminetta. Successivamente seguono tre righe molto fitte di segni magici, cui fanno seguito altre nove incise, nelle quali si riconoscono alcuni gruppi di serie vocaliche in caratteri greci, riunite secondo lo schema dello pterygoma, cioè a forma di ala, tra le quali si interpone un testo in aramaico. Lo stato di conservazione della laminetta è discreto, anche se nella parte centrale la superficie è più consumata e, conseguentemente, presenta alcune difficoltà di lettura.

La parte dell'iscrizione in greco contiene una serie di termini magici, tra i quali si riconoscono le parole Δαμναμενεους Σαβαωθ Μαρμρωουθ Ιαωβραθιαω, κτλ. I charaktères presentano una varietà ricchissima di forme: tra di essi si possono distinguere lettere simboliche incise in direzione retrograda, segni di tipo geometrico e altri di foggia quasi pittorica. Tra i più noti e particolari la stella a otto raggi, la zeta barrata, il segno distintivo del dio Chnoumis, la barca solare.

L'interesse maggiore di questo importante documento è nel fatto che esso trovi una perfetta corrispondenza con un'altra laminetta argentea già nota, di provenienza egiziana, conservata attualmente a Oxford, presso l'Ashmolean Museum (cfr. Kotansky, Naveh 1992, pp. 5-26).

Scritta anch'essa in greco e aramaico, contiene, oltre alla stessa sequenza di parole magiche in lettere greche, agli stessi charaktères e alle serie vocaliche in assetto ad ala, un lungo testo in aramaico seguito da un testo greco di senso compiuto. Il contenuto consiste in un esorcismo contro gli spiriti maligni e la febbre per un tale 'Ιωάνη figlio di Βενενάτα.

Le dimensioni della laminetta egiziana sono lievemente maggiori di quella romana ma, essendo integra, è verosimile pensare che originariamente fossero entrambe della stessa grandezza.

Riguardo alla datazione, l'iscrizione, in base ai caratteri epigrafici, si situa nel IV-V secolo.

24. Gemma urn:collection:0001:antcom:12033

(Gabriella Bevilacqua)

Corniola, 2,1 x 1,5 x 0,5 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. P 3 12033

Frammento di una corniola di colore arancio traslucido incisa su entrambe le facce e lungo il suo spessore in caratteri greci.

Recto:

............

............

βα

ρειαο

αρκει

ιωου

θειωλ

αμβραβαρ

βραμσεσεν

βαρΦαράγη

ωιαεωβαΦρ

μουνοθε

ρεικρ

Verso:

ιαεμ

αλειθο

ερΦαβω

εγιηιπυ

οζζιαωσ

αδωναιαβλ

αλβακραμαχαμ

δαμναμενευ

ημεακανλευκοντ

κεντευκηριδε

ευδαρυγ

λυκυνξ

ρασ

Sul bordo:

μια

αξα

L'iscrizione consiste in una serie di formule e di parole magiche note, le quali, nonostante la loro formulazione criptica, sono in gran parte comprese nel loro significato. La loro etimologia non è oscura, infatti, ma è stata ricondotta in parte alla lingua ebraica e alla lingua egiziana.

Il testo può integrarsi con sicurezza sulla base del confronto con una gemma pressoché identica del Cabinet des Médailles (Chabouillet 1858, n. 2224).

L'integrazione proposta è la seguente.

Recto:

righe 1-4: αρ]βα[θιαω κ]ρειαιο βαρ[β]αρκει[χ Aχμαρε]ιωουθ

righe 4-6: [βαρβαρα]θειω λ[ημψ χελ]αμβρα βαρ[ουχαμ]βραμ

righe 7-11: σεσεν[γεν]βαρΦαρανγη[ς Iα?]ω ιαεωβαΦρ[ενε]μουνοθε[λα]ρεικρ

Verso:

righe 1-3: ιαεμ[Φιρκιρ]αλειθο[νουμεν]ερΦαβω[εαι]

righe 4-5: ....εγιηιπυ....οζζΙαω Σ[αβαωθ.

righe 6-7: Αδωναι αβλ[αναθαν]αλβα Κραμαχα[μαρι]

riga 8: Δαμναμενευ

righe 9-12: σ]ημεα κανλευ κοντ[ευ] κεντευ κηριδευ δαρυγ[νω] λυκυνξ

L'insieme di queste formule costituisce un vero e proprio inno a Iao, trascrizione greca del nome del dio ebraico Iahvè, una delle divinità principali della magia sincretistica.

L'inno si compone di epiteti o espressioni riferite usualmente al dio, come ad esempio: arba ("quattro"), che rappresenta il numero sacro o tetragràmmaton, cioè il numero di cui si compone il nome di Iahvè, barouch, "benedetto", Sabaoth, Adonai, damnameneus, "dominatore". Si riconoscono inoltre nel testo due palindromi, una famosissima, e diffusa nei testi magici, ablanathanalba, l'altra, molto più lunga, è la cosiddetta formula di Iao, che inizia alla riga 8 del recto della gemma e continua sul verso fino alla riga 3.

Sette parole magiche concludono l'inno: semea kanleu konteu kenteu kerideu darygno lykunx, che non costituiscono soltanto il solito espediente formale della magia, la semplice cantilena balbettata, ma sono i nomi segreti delle divinità preposte ai sette pianeti.

Il carattere solare del dio e delle formule a lui associate e, inoltre, le proprietà intrinseche della pietra, la corniola, che veniva usata come protezione dal malocchio e dalle malattie, dava alla gemma un valore augurale di protezione generica.

Bibliografia: Bevilacqua 1995, pp. 27-33.

25. Gemma con figura panteistica urn:collection:0001:antcom:10449

(Gabriella Bevilacqua)

Agata, Ø 5,2 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 10449

Sulla superficie piatta di quest'agata giallo-verdastra di forma emisferica è raffigurata una figura stante che sembra appoggiarsi a una roccia. I tratti del volto, di forma quadrata, sono incisi in modo approssimativo. Il capo è circondato da una serie di raggi.

Le braccia e le gambe, che sembrano essere rivestite da piccole squame sommariamente tratteggiate, sono divaricate. Le mani, tracciate anch'esse in modo schematico, suggeriscono la forma di piccole stelle e sorreggono ambedue uno scettro: in quello a sinistra è attorcigliato un serpente, mentre da quello a destra sembra pendere uno scorpione.

In basso, al di sotto della figura, si riconosce un animale, dal corpo distinto in tre parti, simile a quello di un insetto, ma il numero delle zampe lascia supporre, sia pure dubitativamente, che si tratti di un cane.

L'immagine rappresentata rivela un'iconografia anomala, difficile da identificare con sicurezza, alla quale si associa una fattura piuttosto scadente. Tuttavia, sembra di potervi riconoscere una entità divina dal carattere apotropaico, definita usualmente "panteistica" che, in numerose varianti iconografiche, trova una discreta diffusione nella magia. Essa consiste nella raffigurazione di un genio che ha il volto, dai caratteri non sempre riconoscibili, del dio egizio Bes; munito di doppie ali e doppio scettro, è circondato da animali, e spesso poggia su un ourobòros contenente uno o più animali: scorpione, scarabeo, coccodrillo, tartaruga sono quelli più ricorrenti.

Una gemma conservata a Vienna, sulla quale il genio è affiancato da uno scarabeo e uno scorpione, presenta forse qualche affinità con l'agata qui in esame (Zwierlein Diehl 1991, n. 2217).

Bibliografia: Righetti 1955, p. 20, n. 36, fig. l, tav. X; Delatte-Derchain 1964, pp. 126-141.

26. Medaglione bronzeo con Eros urn:collection:0001:antcom:07553 e il leone

(Gabriella Bevilacqua)

IV secolo. Bronzo, Ø 3,7 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 7553. Provenienza: collezione privata; Musei Capitolini

Questo medaglione bronzeo ha i margini lievemente fratturati nella parte superiore. Bordato da una sottile cornice a listelli, si presenta inciso su entrambe le facce da figure e lettere in caratteri greci. La sua fattura è piuttosto grossolana e la datazione si colloca verosimilmente nell'ambito del IV secolo. Recto: al di sopra di un esergo, all'interno del quale sono incise lettere di significato apparentemente incomprensibile, oppure charaktères, è raffigurata la scena seguente: un leone stante, dall'ampia criniera, solleva la zampa sinistra, mentre un piccolo erote alato, inginocchiato di fronte a esso, è intento a medicarla. All'interno dell'ala di Eros è incisa la parola Ιαω. Sullo sfondo si riconosce il motivo campestre del cane che rincorre una lepre accanto a un albero dal folto fogliame.

Verso: gallo anguipede con frusta e scudo rettangolare nelle mani, fiancheggiato da due lettere o charaktères: una beta retrograda e una pi. Lungo il bordo del medaglione si notano alcune lettere o charaktères in direzione retrograda.

La figura dell'entità divina anguipede con la testa di gallo è forse la più nota rappresentazione della magia, affiancata costantemente dal nome divino isopsefico Aβρασαξ.

La scena raffigurata sul diritto del medaglione ripropone un motivo, già noto da alcuni esemplari gemmari, tratto dalla letteratura di età romana e in particolare dall'episodio di Androclo che soccorre il leone ferito, narrato da Apione e tramandatoci da Aulo Gellio (na 5, 14): un tema iconografico destinato a riscuotere una discreta popolarità anche in età medievale e in ambiente cristiano, dove si ritrova associato, ad esempio, alla figura di San Girolamo.

Le figure di Eros e del leone sono ben rappresentate sulle gemme, isolate o in coppia, come ad esempio nel motivo di Eros che cavalca il leone. Queste scene sono accompagnate con frequenza da elementi che sottolineano il loro rapporto con il sole e con i pianeti, come i simboli astrali, la stella e il crescente lunare, i raggi solari o le voces magicae che alludono a questo particolare aspetto delle due figure. L'associazione delle due figure su un amuleto assicurava al proprietario un influsso favorevole, e forse la presenza del leone dall'atteggiamento mansueto e clemente conferiva all'oggetto una maggiore efficacia.

Bibliografia: Bevilacqua in corso di stampa, pp. 27-29

27. Defixio contro il medico Artemidoros urn:collection:0001:antcom:14912

(Gabriella Bevilacqua)

III secolo. Piombo, 3,5 x 10,4 cm. Rinvenimento: Roma, sepolcreto presso la Porta Ardeatina, in località Vigna Casali all'interno delle Mura Aureliane, presso la cosiddetta Posterula. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 14912

Con il termine defixiones (dal latino defigere, inchiodare) si indicano quei documenti iscritti soprattutto su lamine plumbee, ma anche su altro genere di materiale, come papiro, òstraka, cera, gemme, contenenti maledizioni da parte di ignoti nei confronti di uno o più eventuali nemici.

Tale definizione si collega all'uso, documentato in vari casi, di trafiggere simbolicamente la lamina con dei chiodi. Il nome greco usato direttamente nei testi è katàdesmos (dal verbo katadéin, legare sotto, immobilizzare), definizione che fa riferimento all'intenzione del committente di bloccare il destinatario del maleficio nelle sue manifestazioni fisiche e mentali. Diffuse nel mondo mediterraneo sin dal VI-V secolo a. C., esse perdurano, mutando ed evolvendosi sia nella forma sia nel contenuto, in età ellenistica e romana fino alla tarda età imperiale. A seconda degli scopi per i quali vengono realiz­zate, si è soliti distinguerle in defixiones giudiziarie, amatorie, agonistiche, commerciali, contro i ladri e i calunniatori.

Le laminette di defissione venivano deposte negli ambienti sotterranei, nei pozzi, nelle sorgenti, nei santuari ctoni e nelle tombe, affidate alle divinità sotterranee e ai defunti, in particolare agli àoroi, i morti prematuramente, o ai biaiothànatoi, i morti violentemente, quali ideali mediatori con il mondo infero, le divinità ctonie e i demoni, cui si fa appello per l'esecuzione materiale del maleficio (Gager 1992, p. 18, fig. 4; Graf 1995, pp. 115-116).

Lo stato di conservazione dell'oggetto in esame è discreto, anche se, in alcuni punti, si rileva il consueto processo di ossidazione del materiale.

La laminetta plumbea è di forma ellittica e iscritta su due colonne di scrittura contigue come le pagine di un libro. Le lettere, minutissime, di forma corsiveggiante, sono incise in modo abbastanza accurato e permettono di datare l'iscrizione al III secolo.

Κατάσχες 'Aρτεμίδω=

ρον τòν ΐατρòν τòν

'Aρτεμιδώρου υίòν τòν

τής τρίτης χώρτης τής

εΐς τάπραιτώρια νπερητεΐ

ό Δημητρίου τοΰ άποθα=

νόντος άδελΦός, ός βού=

λεται νΰν έξελθεΐν ΐς

τήν πατρίδα τήν ίδίαν.

Mή έάσητε οΰν αύτόν,

άλλα κ[α]τάσχετε τήν 'γ=

ταλικήν γήν, έτ[ι] δ΄έ[ν]=

θεινώση[τ]η

τας΄Ρωμαίων πύλα=

ς̣άλλάκ[α]τάσχετε 'Aρτε=

μίδω[ρο]ν τόν 'Aρτεμιδώ=

ρου υίόν τον ίατρόν.

Eύλάμων

Λαιμειλα.σιων

KρειοχερσοΦριξ

Oμηλευς

Aξιεύς

Aρηιεύς

καί Λα̃θε κ[αί] Θαμ[---]

κατάσχετε.

"Opprimi Artemidoros il medico, il figlio di Artemidoros, quello della coorte terza nel pretorio. Compie l'azione il fratello del morto Demetrios, il quale vuole ora partire verso la sua patria.

Non lasciate dunque lui (il medico), ma opprimete (anche) la terra italica; e per di più insabbiate la città dei Romani. Ma opprimete Artemidoros, il figlio di Artemidoros, il medico. Eulamon, Lameila[.]sion, Kreiochersophrix, Omelieus, Axeieus, Areieus e Lathos e Tham--, opprimete".

La defixio si apre con il verbo formulare katecho, "tengo sotto, opprimo", rivolto a una potenza de­moniaca del mondo sotterraneo.

Essa è indirizzata a un medico di nome Artemidoro, figlio di Artemidoro, del quale si dichiara l'appartenenza alla terza coorte del pretorio. L'autore del maleficio sarebbe l'ignoto fratello di un tale Demetrio, morto per mano dello stesso medico che evidentemente non era riuscito a salvargli la vita. Prima di ritornare nella sua patria lontana, il fratello di Demetrio per vendicarsi della ingiusta morte del congiunto lancia la maledizione nei confronti di Artemidoro, contro l'Italia intera e la città di Roma (le "porte dei Romani") appellandosi a una serie di demoni.

La defixio si caratterizza per una sua particolare diversità di contenuto e di formulario. Singolare è, in proposito, l'augurio nefasto esteso all'intera terra italica e alla città di Roma, espresso per quest'ultima attraverso l'insolito έτι έ[ν] / θεινώση[τ]ε / τας, 'Ρωμαίων πύλας: "insabbiate le porte dei Romani", espressione che la Guarducci ricollega alla letteratura biblica e all'ambiente ebraico che avrebbe ispirato il testo della laminetta.

A Margherita Guarducci si deve pertanto l'intera decifrazione del testo, e l'interpretazione suddetta è il risultato di un'analisi successiva alla prima edizione del documento, nella quale la studiosa aveva fornito una lettura diversa. La nuova versione venne allora favorita dal restauro dell'oggetto.

Di parere divergente si dimostrarono J. e L. Robert i quali, nel recensire l'iscrizione nel Bulletin Épigraphique (1955, 1971), avanzarono alcune riserve, rivolte in particolare all'interpretazione delle righe 4-5 e alla lettura della riga 13, che costituiscono effettivamente i punti critici della defixio. Inoltre, ancora qualche dubbio è legato all'esatta lettura del nome di due demoni invocati alle righe 19 e 24. Senza poter entrare in questa sede nei dettagli di una rilettura del testo, mi sembra tuttavia opportuno segnalare alcune perplessità di carattere generale sulla interpretazione corrente del documento, derivate soprattutto dal recente esame autoptico che ho avuto occasione di effettuare su di esso.

Poco verosimile mi sembra, prima di tutto, che venga rivelata nel testo l'identità del defissore, sia pure non attraverso il proprio nome, ma, indirettamente, attraverso quello del fratello morto.

In questo genere di documenti, a eccezione di pochi casi noti e comunque circoscritti, raramente compaiono elementi che possano in qualche modo condurre all'identificazione del committente. È piuttosto il defisso che deve essere ben identificato per essere raggiunto, senza possibilità di errore, dal maleficio. Una conferma in proposito è costituita dalla preferenza accordata di norma all'indicazione del matronimico (ma non nel caso di Artemidoros) al posto dell'usuale patronimico, poiché garantisce il riconoscimento sicuro del destinatario della maledizione, anche se tale uso viene interpretato anche come esempio della tecnica "del rovesciamento" delle regole abituali operato nella magia (Graf 1995, p. 124).

Non priva di dubbi inoltre mi sembra l'interpretazione del verbo ύπερετέω (riga 5, alla terza persona singolare: "compie l'azione"), riferito dalla Guarducci alla funzione di mediatore presso i demoni assunta dal fratello-defissore. Tale funzione, nel meccanismo dei documenti di maledizione, viene normalmente rivestita non dai vivi, ma dai morti, dagli àoroi, dai biaiothànatoi, ai quali, come intermediari presso gli dei inferi, il committente affida la persona da maledire.

Poco convincente ancora appare la lettura "in chiave ebraica" tanto del verbo ύπερετέω quanto dell'espressione "insabbiate poi anche la città di Roma" (righe 12-14), del resto già sottolineata da J. e L. Robert.

Ritengo più verosimile che il verbo ύπερετέω rivestisse più semplicemente il significato consueto di "svolgere funzioni, assistere", mentre la lettura del verbo θεινώση[τ]ε (da θινου̃ν, "insabbiare"), alla riga 13, dal recente esame che ho potuto fare della laminetta, non mi sembra affatto sicura.

La soluzione di questi problemi impone pertanto una nuova e accurata revisione del testo.

Bibliografia: Guarducci 1951-1952, pp. 57-70; Robert, Robert 1955, n. 292; Guarducci 1969, pp. 275-283; Robert, Robert 1971, n. 736; Guarducci 1978, pp. 251-253; Jordan 1985, n. 128; Guarducci 1987, pp. 318-320.

28. Incantesimo di odio urn:collection:0001:antcom:10453

(Gabriella Bevilacqua)

III-IV secolo. Piombo, 8,7 x 9 cm. Roma, Antiquarium Comunale, inv. 10453

Rinvenimento: Roma, sepolcreto presso la Porta Ardeatina, in località Vigna Casali all'interno delle Mura Aureliane, presso la cosiddetta Posterula

La superficie dell'oggetto presenta un cattivo stato di conservazione con tracce di ossidazione e corrosione del materiale in vari punti. Della laminetta plumbea, di forma ellittica, resta la metà esatta.

Tre linee graffite in senso orizzontale la dividono in quattro fasce: la prima è totalmente priva di incisioni, la seconda e la terza sono occupate da due linee di charaktères, e la quarta, infine, da due linee di scrittura. Nel complesso, la fattura della lamina è poco accurata e il ductus epigrafico è molto irregolare. La datazione del documento si colloca tra il III e il IV secolo.

Il testo della defixio è il seguente:

charaktères

Πρὸς μίσηθρον ι΄να άπομισήσι '''Eρως Φη=

λικισίμαν κε άπομισηθη̣̃ άπὸ άυτη̃ς.

"Per ottenere odio affinchè Eros odi Felicissima e (lui) sia odiato da lei".

Si tratta di una defixio di carattere amatorio contro due amanti o coniugi, Eros e Felicissima, da parte di un ignoto (o una ignota) rivale. Esso si definisce propriamente katàdesmon mìsethron o diàkopon, incantesimo che provoca odio o separazione, attraverso il quale ci si prefiggeva di distruggere rapporti interpersonali di qualsiasi natura, non soltanto di tipo erotico o di semplice amicizia, ma anche quelli legati a una comune attività, ad esempio commerciale, oppure nell'ambito dei processi giudiziari. Incantesimi più frequenti appartenenti al genere erotico erano le cosiddette agogài, attrazioni, attraverso le quali si intendeva attirare verso di sé la persona amata.

L'incipit attraverso la preposizione πρὸς costituisce la formula introduttiva più usuale dei documenti di magia, sia di carattere negativo, come appunto le maledizioni, sia positivo, come i filatteri. Essa infatti introduce direttamente lo scopo del documento.

La lamina, pervenutaci soltanto nella sua prima metà, restituisce un testo di senso compiuto che, tuttavia, poteva verosimilmente proseguire nella metà destra mancante, dove forse seguivano i nomi dei demoni cui era affidata l'esecuzione dell'incantesimo.

Quanto ai charaktères contenuti all'interno delle due fasce superiori all'epigrafe, erano segni cui si attribuiva un intrinseco potere magico-religioso, tanto da essere invocati direttamente nei testi di magia come vere entità divine, àgioi, kyrioi charaktères e dei quali si evoca la dynamis in con­nessione con gli angeli e gli arcangeli, ma considerati anche phoberoì e ischyroi, perché potenti e temibili. Incerta è la loro origine, mentre sembra sicura la loro connessione con il sistema planetario e zodiacale. Le caratteristiche grafiche dei charaktères sono varie: da semplici lettere alfabetiche isolate o ripetute in sequenze, oppure capovolte o retrograde, a disegni di carattere geometrico e stilizzato o di tipo quasi pittorico, con i caratteristici apici ad anello.

Bibliografia: Guarducci 1951-1952, p. 62; Jordan 1985, n. 129; Bevilacqua 1997b, pp. 291-293, tav. XII.

© Capitoline Museums 2010